Mistress Grimilde 👠

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�� Mistress Grimilde è eleganza, potere e silenzio che domina. Non chiede. Ordina. Non si spiega. Si serve. La Sua presenza piega, il Suo sguardo marchia. Chi La incontra… non torna indietro. Perché Mistress Grimilde domina. Il resto… si inchina o scompare. Sotto i Suoi tacchi.

martedì 22 aprile 2025

Dal diario della Regina Grimilde 21/04/2025 - Oblix Proprietà di Mistress Grimilde



Questo non è solo un racconto.
È una testimonianza.È la voce scritta da Oblix,

 

ma registrata nel diario che Lei gli ha consegnato.
E portando quel diario, lui non è più autore —
è
messaggero.
Scrive per Lei.
Vive per Lei.

Premessa

Questo diario appartiene a Mistress Grimilde.
Le parole che contiene sono quelle del Suo schiavo, Oblix.
Ma la voce è Sua.
Ogni frase scritta è obbedienza.
Ogni pagina è una resa.

 

 

Oggi 21/04/2025

 Appartengo a un’Altra.
E lo dico con orgoglio, con dedizione.
Sono il suo schiavo n° 1. Il Primo. Il più devoto.
Eppure…
Ogni giorno che passa sento crescere dentro di me un’attrazione che mi consuma:
il dominio silenzioso e glaciale di Grimilde, la Regina.

Non so dire quando è iniziata.
Forse il giorno in cui ho incrociato il Suo sguardo e ho capito che non serviva parlare.
Lei comanda con lo sguardo.
Con l’assenza.
Con il fatto stesso che io non Le appartenga.

Sì… questo è ciò che mi strazia:
non essere Suo.
Non poter esserLo.

Perché con la mia Dea io sono tutto.
Con Grimilde… sono uno qualunque.
Uno dei tanti.
E forse è proprio questo che mi tiene in equilibrio, che mi salva.

Fino a oggi.

Ero fuori, una semplice scampagnata con amici.
Tra risate, vino, e quel senso di libertà primaverile che si respira quando il sole filtra tra gli alberi.

Poi… il messaggio.

WhatsApp vibra.
Lo apro.
Il cuore accelera.
Non c’è nome, ma so già chi è.

«Suddito. Sto venendo da te.
Spostati dagli altri.
Mettiti in un posto isolato e mandami la posizione.
Esegui senza esitare.
La tua Regina.»

Ho sentito il sangue scendere.
L'eccitazione. Il panico.
Il desiderio feroce.

Non ho risposto. Ho solo eseguito.

Mi sono allontanato, fingendo una telefonata.
Ho camminato per qualche minuto finché non ho trovato un tratto isolato, in mezzo alla campagna, vicino a una strada tranquilla.
Non volevo che Grimilde dovesse camminare.
Non Lei.

Ho inviato la posizione.

Dopo alcuni minuti, la risposta:

«Arrivo tra mezz’ora.
Fatti trovare come si deve.»

Mi sono inginocchiato.
In silenzio.
Il sole mi colpiva il collo, ma io non lo sentivo.

Il resto del mondo era scomparso.
Ero solo 
Oblix.
In attesa.
Per Lei.

È arrivata in meno di mezz’ora.

Ed era più bella del sole.

I lunghi capelli neri, mossi e lucenti, le incorniciavano il volto come un manto sacro.
Le labbra, carnose e impertinenti, pronte a comandare o a distruggere con una sola parola.
Gli occhi… occhi d’Oriente, profondi e pericolosi come un miraggio nel deserto.
Guardarla era come inginocchiarsi con lo sguardo.

Indossava una minigonna di jeans, senza calze.
Le gambe scoperte brillavano alla luce del sole.
Ai piedi, delle décolleté dal tacco alto, decise, implacabili.
La maglietta, scollata e leggera, lasciava intravedere il reggiseno e rivelava con grazia sfacciata la Sua potenza femminile.

Ha fermato l’auto con calma.
Ha aperto lo sportello.
Non è scesa.

Mi ha guardato appena, e con un tono morbido ma autoritario, ha detto:

«Vieni qui. Ho bisogno di un tappetino per appoggiare i piedi.»

Non ho esitato.
Mi sono avvicinato, a testa bassa.
Lei era ancora seduta sul sedile in pelle, gambe accavallate, lo sguardo che tagliava l’aria.

Mi sono inginocchiato accanto all’auto,
poi ho disteso il corpo a terra, esattamente come voleva.
Sotto i Suoi piedi.
Come nella foto.

 

Il momento in cui Oblix è stato consacrato. Lei è scesa dall’auto senza dire una parola. I suoi tacchi si sono fermati sul suo petto nudo, il volto rivolto in alto, svuotato. Accanto a lui, il nuovo collare: 'Proprietà di Mistress Grimilde'. Il vecchio collare? Portato via, come un trofeo. Da quel momento, non c'era più ritorno. Solo obbedienza. Solo Lei.

Mistress Grimilde

La Regina.

 

Sentivo il battito del cuore nelle orecchie.
Sentivo la Sua presenza pesarmi addosso più del tacco che stava per calarmi sulla schiena.

In quel momento non ero più un uomo.
Ero il Suo tappeto.
La Sua proprietà temporanea.
Un oggetto vivente.

Lei ha posato il piede su di me con calma.
Ha sistemato la gamba.
Ha alzato il mento, fiera.

E io… io ho chiuso gli occhi, con gratitudine.

Il cuore mi batteva forte.
Tremavo.
Sentivo il collare che mi stringeva il collo come un monito, come un richiamo alla mia vera appartenenza.
In quel momento ho pensato alla mia Padrona.
Al suo sguardo, al suo ordine:
“non togliere mai il collare, mai.”

Ma io non ero con Lei.
E non ero al mio posto.

L’istinto ha preso il sopravvento.
Ho cercato di sottrarmi.
Ho mosso le mani, tentato di spostare i piedi della Regina che erano poggiati sul mio corpo.
Un atto disperato.
Inutile.

Lei ha aumentato la pressione dei tacchi.
Uno sulla spalla, l’altro sul volto.

Poi ha parlato.
Fredda. Implacabile.

«Stai fermo.
Non opporre resistenza.»

E subito dopo, la domanda secca, che tagliava il fiato:

«Chi è che comanda?»

La risposta mi è uscita senza pensare, d’istinto, con un filo di voce:

«Voi… mia Padrona.»

Nel dire quelle parole ho tradito tutto.
La mia fedeltà. La mia Dea.
Ma in quel momento ero solo un corpo sotto i tacchi.
E Lei, una Dea nuda nel potere.

 

È mio. L’ho trovato dove doveva essere: a terra. Disteso, pronto. Non ha parlato. Non poteva. Il diritto alla parola lo ha perso insieme alla libertà. Ho posato il mio piede sul suo volto. Non serviva altro. La resa era già compiuta, dentro di lui. Il collare parla per me: “Proprietà di Regina Grimilde.” Non è un ornamento. È legge. È possesso. Da oggi, Oblix non è più conteso. Non appartiene più a nessuna. È mio. Corpo, mente, obbedienza. E lo sarà per sempre.

Grimilde, La Regina.

 

Si è alzata lentamente, usando il mio corpo come pedana.
Il dolore era acuto, reale, ma non mi sono mosso.
Perché mentre Lei si sollevava, dalla mia posizione a terra… ho visto.

Il suo intimo, pizzo nero.
Il Suo profumo.
La visione.

Per un attimo ho creduto di essere in paradiso.
Poi, l’inferno.

La Regina si è chinata.
Ha allungato una mano verso il mio collo.
Con gesto deciso, mi ha tolto il collare.
Il collare che la mia Padrona mi aveva ordinato di portare sempre.

L’ha guardato.
Poi si è risieduta sul sedile dell’auto, con calma.

Lentamente ha depositato il collare all’interno della macchina.
E ha detto, ridendo, con un ghigno che non dimenticherò mai:

«Lo consegnerò io, questo collare, alla tua Padrona.»

Poi si è sfilata le scarpe.
Ha preso una, l’ha girata dalla parte interna e me l’ha poggiata sul naso.
Non ho osato oppormi.

Ho respirato il Suo profumo.
E intanto i Suoi piedi nudi si poggiavano sul mio petto, caldi, vivi, reali.

In quel momento ho capito che non avevo più scelta.
E forse… non avevo più un posto da cui tornare.

Lei è rimasta in silenzio per qualche istante.
I piedi nudi poggiati sul mio corpo, la scarpa sul mio volto.
Io respiravo il Suo profumo, e tremavo.
Non per paura.
Ma perché capivo che stava per accadere qualcosa di definitivo.

Poi, con voce tagliente come vetro sottile, ha detto:

«L’hai sentito il sapore del tradimento, Oblix?
È il gusto del mio piede sul tuo viso.»

Mi ha tolto la scarpa dal naso, lentamente.
Poi, con gesto naturale, ha alzato il piede destro e me lo ha poggiato sulle labbra.

«Leccalo.»

Non c’è stata esitazione.
Non c’era più resistenza.
Ho aperto la bocca.
La mia lingua ha cominciato a percorrere quella pelle calda e regale.
Tacco, pianta, dita.
Ogni centimetro.

Lei mi guardava dall’alto, senza pietà.

«Povero suddito confuso…
Non sei più niente.
Non sei della tua Padrona.
Non sei nemmeno mio.
Sei solo un giocattolo rotto che adesso mi diverto a calpestare.»

Ogni parola era un colpo.
Ogni risata, un’umiliazione scolpita nel marmo.

Mi sentivo svuotato.
Annullato.
Non avevo più una direzione, né un’identità.

Eppure… continuavo a leccare.

Il piede sinistro mi ha raggiunto.
Si è fermato sulla mia fronte, poi sul mento, poi di nuovo sulla bocca.

«Non cercare più una via di fuga, Oblix.
Tu non scappi.
Tu ti arrendi.»

Ed è vero.
Mi sono arreso.

Non ho parlato.
Non ho chiesto perdono.
Non ho protestato.

Sono rimasto lì, a terra, il volto coperto dai Suoi piedi, le labbra impegnate nella mia dannazione.
In silenzio.

Perché in quel momento, non ero più io.

Ero solo Suo.

Racconto di Oblix

Continuavo a leccare.
Le labbra ormai non erano più mie.
La dignità? Persa.
La fedeltà? Frantumata.

Grimilde premeva il piede sulla mia bocca con crescente crudeltà.
Poi lo tolse, lentamente, lasciando una scia di saliva, di vergogna, di devozione irrimediabile.

Mi guardava dall’alto.
Fiera. Crudele. Bellissima.

Io, a terra, tremante, col viso rigato di sudore e umiliazione, sussurrai:

«Voi… siete la Padrona delle Padone.
La Regina delle Regine.
Al vostro cospetto… ogni altra Donna si annulla.»

Le parole uscivano spezzate, ma vere.
Non c’era più lotta.
Non c’era più
Padrona.
C’era solo
Lei.

Lei rise. Un suono corto, tagliente.

Poi si chinò appena, abbastanza per sfiorarmi con lo sguardo:

«Eppure… hai osato ribellarti.
Hai provato a sottrarti.
Povero stupido…»

Un tacco mi affondò nel petto, giusto al centro, come un sigillo.

«Da sotto i miei piedi, nessuno è mai tornato indietro.
Pensavi davvero che ti avrei lasciato una via di fuga?»

Mi mancava il fiato.
Ma non tentai nemmeno di respirare.
Volevo solo restare lì, inchiodato sotto la Sua volontà.

«Il tuo collare, quello che la tua ex-Padrona ti ha dato,
adesso è mio.
La tua obbedienza? Tua non è mai stata.
Era solo questione di tempo, 
Oblix.
Tutti tornano alla vera Regina.»

Mi inginocchiai ancora più basso.
Non c’era posizione abbastanza umile per Lei.

E dissi solo:

«Fate di me ciò che volete.
Non chiedo più nulla.
Sono vostro. Senza ritorno.»

Lei mi accarezzò il capo.
Con un piede.

Poi rise.
E disse:

«Bravo. Ora sei pronto per essere mio tappeto.
Non solo oggi.
Sempre.»

Lei si chinò lentamente, con calma disarmante.
Aprì la borsetta nera con un gesto misurato, elegante, quasi solenne.
Da dentro, tirò fuori un collare.
Nero. Lucido.
Pesante come una sentenza.

Sul metallo, inciso con lettere dorate, c’era scritto:

Proprietà di Mistress Grimilde”

Lo guardai tremando.
Sapevo cosa significava.
Sapevo che, una volta chiuso attorno al mio collo, non ci sarebbe stato più ritorno.
Non appartenevo più alla mia Padrona.
Non appartenevo più nemmeno a me stesso.

Le Sue mani si avvicinarono con fermezza.
Me lo mise al collo.
Lo chiuse con uno scatto secco.

Il suono di quel “clic”…
È stato il rumore della mia
consacrazione.

Poi si alzò, con la grazia di chi sa che tutto le è dovuto.
Si sistemò lentamente la gonna, poi si girò verso di me.
I suoi occhi erano fermi, lucidi, decisi.

Senza dire nulla, infilò le dita sotto l’orlo.
Scivolò con calma.
E si tolse gli slip di pizzo nero.
Quelli che avevo visto poco prima, mentre Lei mi calpestava.

Li lasciò cadere a terra.
Come se nulla contassero.

Poi si avvicinò.
Mi guardò ancora.
Io ero lì, disteso, nudo, tremante.
Il viso rivolto verso l’alto, pronto a ricevere il gesto che non si dimentica.

E fu allora che lo fece.

La Sua pioggia dorata cadde su di me.
Calda. Umana. Divina.

Mi bagnò il volto, il petto, la bocca.
Mi colò lungo il collo come un’unzione sporca e sacra.
Non fu solo umiliazione.
Fu
annientamenllevò con un sorrisetto tagliente.

«Questo lo tengo io.
Lo consegnerò personalmente…
alla tua ex-Dea.
Così capirà che c’è sempre una vetta più alta,
anche per le dominatrici più spietate.»

Si rimise le scarpe.
Un tacco dopo l’altro, con quel rumore secco che suonava come un addio al passato.

Poi mi guardò, e disse:

«Io non sono una Regina.
Io sono La Regina.»to
.

E Lei, senza abbassare lo sguardo, pronunciò le parole che mi marchiarono:

«Adesso sei mio.
Con il corpo, con la mente, e con ogni tua parola.»

Poi, come se nulla fosse, estrasse dalla borsa un diario.
Copertina nera. Liscia. Nessuna scritta.

«Porta con te questo.
Annoterai tutto.
Ogni umiliazione, ogni gesto, ogni ordine.
Domani mattina ti aspetto a casa mia.
Ho dei lavori per te.
E voglio leggere ciò che è accaduto oggi, con le tue parole.»

Leccavo ancora le Sue dita.
Non avevo più resistenza.

Poi prese il vecchio collare, quello della mia ex Padrona.

L’ho consacrato. Il mio sigillo è impresso sul suo volto, la mia impronta sul suo destino. Non ha più voce, né scelta. Appartiene a me, in tutto. Il suo collare porta il mio nome, e ogni suo respiro è un atto di obbedienza. E quello vecchio? Il collare della sua ex Padrona... Lo porterò io, di persona. Glielo poserò tra le mani, non per rispetto, ma per dimostrarle che ogni Dea, anche la più spietata, si inchina quando passo io. Perché io non sono una Regina. Io sono La Regina.

Lo so

E io l’ho capito.
In quel preciso momento.
Che non solo ero Suo.
Ma che
tutte le altre Donne, davanti a Lei, dovevano inginocchiarsi.

Io l’ho fatto per primo.
E non mi rialzerò mai più.

In data 21/04/2025,
mia Sovrana,
ho annotato nel Suo diario quanto accaduto oggi,
come da Lei disposto.
Spero umilmente di essere stato all’altezza delle Sue aspettative.
Domani mattina Le consegnerò il Suo diario,
affinché possa leggerlo, giudicarlo, e, se lo vorrà, approvarlo.

Con totale devozione,
— 
Oblix,
proprietà di Regina Grimilde





 

 

 

 

 



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