ma registrata nel diario che Lei gli ha consegnato.
E portando quel diario, lui non è più autore —
è messaggero.
Scrive per Lei.
Vive per Lei.
Premessa
Questo diario appartiene a Mistress Grimilde.
Le parole che contiene sono quelle del Suo schiavo, Oblix.
Ma la voce è Sua.
Ogni frase scritta è obbedienza.
Ogni pagina è una resa.
Oggi 21/04/2025
Appartengo
a un’Altra.
E lo dico con orgoglio, con dedizione.
Sono
il suo schiavo n° 1. Il Primo. Il più devoto.
Eppure…
Ogni
giorno che passa sento crescere dentro di me un’attrazione che mi
consuma:
il dominio silenzioso e glaciale di Grimilde, la
Regina.
Non so dire quando è
iniziata.
Forse il giorno in cui ho incrociato il Suo sguardo e
ho capito che non serviva parlare.
Lei comanda con lo
sguardo.
Con l’assenza.
Con il fatto stesso che io non Le
appartenga.
Sì… questo è ciò che
mi strazia:
non essere Suo.
Non poter esserLo.
Perché con la mia Dea io
sono tutto.
Con Grimilde… sono uno qualunque.
Uno dei
tanti.
E forse è proprio questo che mi tiene in equilibrio, che
mi salva.
Fino a oggi.
Ero fuori, una semplice
scampagnata con amici.
Tra risate, vino, e quel senso di libertà
primaverile che si respira quando il sole filtra tra gli alberi.
Poi… il messaggio.
WhatsApp vibra.
Lo
apro.
Il cuore accelera.
Non c’è nome, ma so già chi è.
«Suddito. Sto venendo da te.
Spostati dagli altri.
Mettiti in un posto isolato e mandami la posizione.
Esegui senza esitare.
— La tua Regina.»
Ho sentito il sangue
scendere.
L'eccitazione. Il panico.
Il desiderio feroce.
Non ho risposto. Ho solo eseguito.
Mi sono allontanato,
fingendo una telefonata.
Ho camminato per qualche minuto finché
non ho trovato un tratto isolato, in mezzo alla campagna, vicino a
una strada tranquilla.
Non volevo che Grimilde dovesse
camminare.
Non Lei.
Ho inviato la posizione.
Dopo alcuni minuti, la risposta:
«Arrivo tra mezz’ora.
Fatti trovare come si deve.»
Mi sono inginocchiato.
In
silenzio.
Il sole mi colpiva il collo, ma io non lo sentivo.
Il resto del mondo era
scomparso.
Ero solo Oblix.
In attesa.
Per Lei.
È arrivata in meno di mezz’ora.
Ed era più bella del sole.
I lunghi capelli neri,
mossi e lucenti, le incorniciavano il volto come un manto sacro.
Le
labbra, carnose e impertinenti, pronte a comandare o a distruggere
con una sola parola.
Gli occhi… occhi d’Oriente, profondi e
pericolosi come un miraggio nel deserto.
Guardarla era come
inginocchiarsi con lo sguardo.
Indossava una minigonna di
jeans, senza calze.
Le gambe scoperte brillavano alla luce del
sole.
Ai piedi, delle décolleté dal tacco alto, decise,
implacabili.
La maglietta, scollata e leggera, lasciava
intravedere il reggiseno e rivelava con grazia sfacciata la Sua
potenza femminile.
Ha fermato l’auto con
calma.
Ha aperto lo sportello.
Non è scesa.
Mi ha guardato appena, e con un tono morbido ma autoritario, ha detto:
«Vieni qui. Ho bisogno di un tappetino per appoggiare i piedi.»
Non ho esitato.
Mi
sono avvicinato, a testa bassa.
Lei era ancora seduta sul sedile
in pelle, gambe accavallate, lo sguardo che tagliava l’aria.
Mi sono inginocchiato
accanto all’auto,
poi ho disteso il corpo a terra, esattamente
come voleva.
Sotto i Suoi piedi.
Come nella foto.
Il momento in cui Oblix è stato consacrato. Lei è scesa dall’auto senza dire una parola. I suoi tacchi si sono fermati sul suo petto nudo, il volto rivolto in alto, svuotato. Accanto a lui, il nuovo collare: 'Proprietà di Mistress Grimilde'. Il vecchio collare? Portato via, come un trofeo. Da quel momento, non c'era più ritorno. Solo obbedienza. Solo Lei. Mistress Grimilde La Regina. |
Sentivo
il battito del cuore nelle orecchie.
Sentivo la Sua presenza
pesarmi addosso più del tacco che stava per calarmi sulla schiena.
In quel momento non ero più
un uomo.
Ero il Suo tappeto.
La Sua proprietà
temporanea.
Un oggetto vivente.
Lei ha posato il piede su
di me con calma.
Ha sistemato la gamba.
Ha alzato il mento,
fiera.
E io… io ho chiuso gli occhi, con gratitudine.
Il cuore mi batteva
forte.
Tremavo.
Sentivo il collare che mi stringeva il
collo come un monito, come un richiamo alla mia vera appartenenza.
In
quel momento ho pensato alla mia Padrona.
Al suo sguardo, al suo
ordine: “non
togliere mai il collare, mai.”
Ma io non ero con Lei.
E
non ero al mio posto.
L’istinto ha preso il
sopravvento.
Ho cercato di sottrarmi.
Ho mosso le mani,
tentato di spostare i piedi della Regina che erano poggiati sul mio
corpo.
Un atto disperato.
Inutile.
Lei ha aumentato la
pressione dei tacchi.
Uno sulla spalla, l’altro sul volto.
Poi ha parlato.
Fredda.
Implacabile.
«Stai fermo.
Non opporre resistenza.»
E subito dopo, la domanda secca, che tagliava il fiato:
«Chi è che comanda?»
La risposta mi è uscita senza pensare, d’istinto, con un filo di voce:
«Voi… mia Padrona.»
Nel dire quelle parole ho
tradito tutto.
La mia fedeltà. La mia Dea.
Ma in quel
momento ero solo un corpo sotto i tacchi.
E Lei, una Dea nuda
nel potere.
È mio. L’ho trovato dove doveva essere: a terra. Disteso, pronto. Non ha parlato. Non poteva. Il diritto alla parola lo ha perso insieme alla libertà. Ho posato il mio piede sul suo volto. Non serviva altro. La resa era già compiuta, dentro di lui. Il collare parla per me: “Proprietà di Regina Grimilde.” Non è un ornamento. È legge. È possesso. Da oggi, Oblix non è più conteso. Non appartiene più a nessuna. È mio. Corpo, mente, obbedienza. E lo sarà per sempre. — Grimilde, La Regina. |
Si
è alzata lentamente, usando il mio corpo come pedana.
Il dolore
era acuto, reale, ma non mi sono mosso.
Perché mentre Lei si
sollevava, dalla mia posizione a terra… ho visto.
Il suo intimo, pizzo
nero.
Il Suo profumo.
La visione.
Per un attimo ho creduto di
essere in paradiso.
Poi, l’inferno.
La Regina si è chinata.
Ha
allungato una mano verso il mio collo.
Con gesto deciso, mi ha
tolto il collare.
Il collare che la mia Padrona mi aveva
ordinato di portare sempre.
L’ha guardato.
Poi
si è risieduta sul sedile dell’auto, con calma.
Lentamente ha depositato il
collare all’interno della macchina.
E ha detto, ridendo, con
un ghigno che non dimenticherò mai:
«Lo consegnerò io, questo collare, alla tua Padrona.»
Poi si è sfilata le
scarpe.
Ha preso una, l’ha girata dalla parte interna e me
l’ha poggiata sul naso.
Non ho osato oppormi.
Ho respirato il Suo
profumo.
E intanto i Suoi piedi nudi si poggiavano sul mio
petto, caldi, vivi, reali.
In quel momento ho capito
che non avevo più scelta.
E forse… non avevo più un posto da
cui tornare.
Lei è rimasta in silenzio
per qualche istante.
I piedi nudi poggiati sul mio corpo, la
scarpa sul mio volto.
Io respiravo il Suo profumo, e
tremavo.
Non per paura.
Ma perché capivo che stava per
accadere qualcosa di definitivo.
Poi, con voce tagliente come vetro sottile, ha detto:
«L’hai sentito il sapore del tradimento, Oblix?
È il gusto del mio piede sul tuo viso.»
Mi ha tolto la scarpa dal
naso, lentamente.
Poi, con gesto naturale, ha alzato il piede
destro e me lo ha poggiato sulle labbra.
«Leccalo.»
Non c’è stata
esitazione.
Non c’era più resistenza.
Ho aperto la
bocca.
La mia lingua ha cominciato a percorrere quella pelle
calda e regale.
Tacco, pianta, dita.
Ogni centimetro.
Lei mi guardava dall’alto, senza pietà.
«Povero suddito confuso…
Non sei più niente.
Non sei della tua Padrona.
Non sei nemmeno mio.
Sei solo un giocattolo rotto che adesso mi diverto a calpestare.»
Ogni parola era un
colpo.
Ogni risata, un’umiliazione scolpita nel marmo.
Mi sentivo
svuotato.
Annullato.
Non avevo più una direzione, né
un’identità.
Eppure… continuavo a leccare.
Il piede sinistro mi ha
raggiunto.
Si è fermato sulla mia fronte, poi sul mento, poi di
nuovo sulla bocca.
«Non cercare più una via di fuga, Oblix.
Tu non scappi.
Tu ti arrendi.»
Ed è vero.
Mi sono
arreso.
Non ho parlato.
Non ho
chiesto perdono.
Non ho protestato.
Sono rimasto lì, a terra,
il volto coperto dai Suoi piedi, le labbra impegnate nella mia
dannazione.
In silenzio.
Perché in quel momento, non ero più io.
Ero solo Suo.
Racconto di Oblix
Continuavo a leccare.
Le
labbra ormai non erano più mie.
La dignità? Persa.
La
fedeltà? Frantumata.
Grimilde premeva il piede
sulla mia bocca con crescente crudeltà.
Poi lo tolse,
lentamente, lasciando una scia di saliva, di vergogna, di devozione
irrimediabile.
Mi guardava
dall’alto.
Fiera. Crudele. Bellissima.
Io, a terra, tremante, col viso rigato di sudore e umiliazione, sussurrai:
«Voi… siete la Padrona delle Padone.
La Regina delle Regine.
Al vostro cospetto… ogni altra Donna si annulla.»
Le parole uscivano
spezzate, ma vere.
Non c’era più lotta.
Non c’era più
Padrona.
C’era
solo Lei.
Lei rise. Un suono corto, tagliente.
Poi si chinò appena, abbastanza per sfiorarmi con lo sguardo:
«Eppure… hai osato ribellarti.
Hai provato a sottrarti.
Povero stupido…»
Un tacco mi affondò nel petto, giusto al centro, come un sigillo.
«Da sotto i miei piedi, nessuno è mai tornato indietro.
Pensavi davvero che ti avrei lasciato una via di fuga?»
Mi mancava il fiato.
Ma
non tentai nemmeno di respirare.
Volevo solo restare lì,
inchiodato sotto la Sua volontà.
«Il tuo collare, quello che la tua ex-Padrona ti ha dato,
adesso è mio.
La tua obbedienza? Tua non è mai stata.
Era solo questione di tempo, Oblix.
Tutti tornano alla vera Regina.»
Mi inginocchiai ancora più
basso.
Non c’era posizione abbastanza umile per Lei.
E dissi solo:
«Fate di me ciò che volete.
Non chiedo più nulla.
Sono vostro. Senza ritorno.»
Lei mi accarezzò il
capo.
Con un piede.
Poi rise.
E disse:
«Bravo. Ora sei pronto per essere mio tappeto.
Non solo oggi.
Sempre.»
Lei si chinò lentamente,
con calma disarmante.
Aprì la borsetta nera con un gesto
misurato, elegante, quasi solenne.
Da dentro, tirò fuori un
collare.
Nero. Lucido.
Pesante come una sentenza.
Sul metallo, inciso con lettere dorate, c’era scritto:
“Proprietà di Mistress Grimilde”
Lo guardai tremando.
Sapevo
cosa significava.
Sapevo che, una volta chiuso attorno al mio
collo, non ci sarebbe stato più ritorno.
Non appartenevo più
alla mia Padrona.
Non appartenevo più nemmeno a me stesso.
Le Sue mani si avvicinarono
con fermezza.
Me lo mise al collo.
Lo chiuse con uno scatto
secco.
Il suono di quel “clic”…
È
stato il rumore della mia consacrazione.
Poi si alzò, con la grazia
di chi sa che tutto le è dovuto.
Si sistemò lentamente la
gonna, poi si girò verso di me.
I suoi occhi erano fermi,
lucidi, decisi.
Senza dire nulla, infilò
le dita sotto l’orlo.
Scivolò con calma.
E si tolse gli
slip di pizzo nero.
Quelli che avevo visto poco prima, mentre
Lei mi calpestava.
Li lasciò cadere a
terra.
Come se nulla contassero.
Poi si avvicinò.
Mi
guardò ancora.
Io ero lì, disteso, nudo, tremante.
Il
viso rivolto verso l’alto, pronto a ricevere il gesto che non si
dimentica.
E fu allora che lo fece.
La Sua pioggia
dorata cadde su di me.
Calda.
Umana. Divina.
Mi bagnò il volto, il
petto, la bocca.
Mi colò lungo il collo come un’unzione
sporca e sacra.
Non fu solo umiliazione.
Fu
annientamenllevò
con un sorrisetto tagliente.
«Questo lo tengo io.
Lo consegnerò personalmente…
alla tua ex-Dea.
Così capirà che c’è sempre una vetta più alta,
anche per le dominatrici più spietate.»
Si rimise le scarpe.
Un
tacco dopo l’altro, con quel rumore secco che suonava come un addio
al passato.
Poi mi guardò, e disse:
«Io non sono una
Regina.
Io sono La Regina.»to.
E Lei, senza abbassare lo sguardo, pronunciò le parole che mi marchiarono:
«Adesso sei mio.
Con il corpo, con la mente, e con ogni tua parola.»
Poi, come se nulla fosse,
estrasse dalla borsa un diario.
Copertina nera. Liscia. Nessuna
scritta.
«Porta con te questo.
Annoterai tutto.
Ogni umiliazione, ogni gesto, ogni ordine.
Domani mattina ti aspetto a casa mia.
Ho dei lavori per te.
E voglio leggere ciò che è accaduto oggi, con le tue parole.»
Leccavo ancora le Sue
dita.
Non avevo più resistenza.
Poi prese il vecchio collare, quello della mia ex Padrona.
L’ho consacrato. Il mio sigillo è impresso sul suo volto, la mia impronta sul suo destino. Non ha più voce, né scelta. Appartiene a me, in tutto. Il suo collare porta il mio nome, e ogni suo respiro è un atto di obbedienza. E quello vecchio? Il collare della sua ex Padrona... Lo porterò io, di persona. Glielo poserò tra le mani, non per rispetto, ma per dimostrarle che ogni Dea, anche la più spietata, si inchina quando passo io. Perché io non sono una Regina. Io sono La Regina. |
Lo so
E
io l’ho capito.
In quel preciso momento.
Che non solo ero
Suo.
Ma che tutte
le altre Donne, davanti a Lei, dovevano inginocchiarsi.
Io l’ho fatto per
primo.
E non mi rialzerò mai più.
In data 21/04/2025,
mia Sovrana,
ho annotato
nel Suo diario quanto accaduto oggi,
come da Lei disposto.
Spero
umilmente di essere stato all’altezza delle Sue aspettative.
Domani
mattina Le consegnerò il Suo diario,
affinché possa leggerlo,
giudicarlo, e, se lo vorrà, approvarlo.
Con totale devozione,
— Oblix,
proprietà
di Regina Grimilde


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