Mistress Grimilde 👠

La mia foto
�� Mistress Grimilde è eleganza, potere e silenzio che domina. Non chiede. Ordina. Non si spiega. Si serve. La Sua presenza piega, il Suo sguardo marchia. Chi La incontra… non torna indietro. Perché Mistress Grimilde domina. Il resto… si inchina o scompare. Sotto i Suoi tacchi.

mercoledì 23 aprile 2025

Frida - 📜 Dal Diario di Regina Grimilde

 

📜 Dal Diario di Regina Grimilde

✍️ Annotato da Oblix

La stanza era silenziosa.
Non una stanza qualunque.
Una sala d’attesa per l’oblio.

Frida era già lì.
In ginocchio.
Un uomo.
Un politico.
Uno che fuori da quelle mura viene chiamato “Onorevole”.

Ma lì, no.
Lì era solo
un corpo in ginocchio.
Nudo.
Con un collare al collo.
La fronte china come chi ha capito — troppo tardi — che la vera autorità non siede nei palazzi…
ma
sui tacchi di una Regina.

Io, Oblix, ero nell’angolo a me destinato.
Non un servo qualunque.
Un testimone.
Uno scriba dell’Impero Nero di Grimilde.

Poi Lei entrò.

Regina Grimilde.

Avvolta in un cappotto lungo, nero,
come l’ultima notte prima della resa.

Tacchi. Silenzio. Supremazia.
Ogni passo sembrava dire:
“Non importa chi sei stato. Ora sei mio.”

Frida non osò alzare lo sguardo.
Forse temeva di essere riconosciuto.
O forse, per la prima volta nella sua vita,
sapeva di non contare più nulla.

Lei si fermò.
Posò lentamente il cappotto.

Sotto, la Sua lingerie nera accendeva il contrasto tra il potere e l’umiliazione.
Tra ciò che domina…
e ciò che si arrende.

Frida tremava.
Non per il freddo.
Ma perché sapeva che da lì in poi,
non ci sarebbe stato più “Lui”.
Solo
Frida.

Lei lo guardò.
Non con rabbia.
Non con pietà.
Con quel tipo di silenzio che solo chi comanda può permettersi di pronunciare.

Poi parlò.

La Sua voce fu come una lama nel velluto.

Ti chiamano Onorevole…
ma io ti chiamo
nullità.”

Frida non rispose.
Non osava.
Un tremore percorse la sua schiena.

Fuori comandi. Qui obbedisci.”
“Fuori detti. Qui taci.”
“Fuori eri qualcuno. Qui sei
Mia.”

Ogni parola era una martellata sulla sua identità.
Ogni pausa, una presa d’aria tolta.
Ogni tono, un colpo inferto direttamente al suo ego.

Lei gli si avvicinò.
Lentamente.
Tacchi sull’anima.

Ti piaceva comandare, vero?”
“Guardare le persone dall’alto in basso… sentirti al centro del potere…”
“Ora guarda in basso.
Il tuo mondo si ferma qui.
Ai miei piedi.

Frida ansimava.
Non per eccitazione.
Ma per
vergogna.
Per la
presenza immensa che lo sovrastava.

Poi arrivò la frase che gli spense ogni residuo di mascolinità:

Tu non sei un uomo.
Tu sei Frida.
La mia creatura.
Il mio trofeo.
Il mio burattino senza genitali.
Un involucro riempito di obbedienza.”

Lei si voltò verso di me.
Io annuii in silenzio.
Stavo scrivendo tutto.
Come sempre.
Perché l’umiliazione, quando è vera, merita di essere ricordata

Lei non lo toccò subito.
Non ce n’era bisogno.
L’umiliazione vera non ha bisogno di mani. Solo di volontà.

Poi, senza affrettarsi, tirò fuori il guinzaglio.

Nero.
Corto.
In pelle spessa.
Un’estensione della Sua volontà.

Lo agganciò al collare con la calma di chi sa di avere tutto il tempo e tutto il potere.
Il clic del moschettone fu il
sigillo definitivo sulla nuova identità di Frida.

Ora impari a seguire il Mio passo.
Dentro questa stanza.
E fuori.
Perché la tua vergogna non è un segreto.
È un vestito nuovo che ti calza alla perfezione.”

Lo fece camminare sulle ginocchia.
Piano.
Attento.
Cauto come un cane appena addestrato.
Lui non fiatava.
Solo il suono dei tacchi e dei suoi respiri riempiva la stanza.

Quando Lei si fermava, lui si fermava.
Quando Lei si voltava, lui abbassava la testa.

Poi —
aprì la porta.

Il corridoio dell’hotel era silenzioso.
Tappeti spessi. Luci basse.
Una telecamera all’angolo del soffitto.
Lei lo sapeva.
E
voleva essere vista.

Frida strisciava dietro di Lei.
Un politico, un uomo, una maschera rotta.
Ora solo
una cosa al guinzaglio.

Passarono davanti alla stanza di servizio.
Poi all’ascensore.
Un cameriere sbucò all’improvviso e li vide.
Lei non si fermò.
Non spiegò.
Non chiese.

Perché chi guarda,
vede solo ciò che Lei
concede di mostrare.

Si fermò sulla soglia della stanza.
Frida era ancora in ginocchio, col fiato corto e lo sguardo basso.

Poi Lei parlò.
Non come chi fa un gesto di grazia.
Ma come chi
decide fin dove può spingere la vergogna di un uomo…
senza ancora distruggerlo del tutto.

Ti concedo la mascherina.”
“Non per te.
Ma per il Mio diletto.
Così che tu possa essere scambiato per chiunque…
mentre Io so esattamente chi sei.”

Frida annuì.
Le mani tremavano quando indossò quella mascherina nera, semplice, di tessuto.
Né bella, né brutta.
Solo anonima.
Una finta protezione per un’identità che Lei aveva già smantellato.

Poi, senza una parola, Regina Grimilde tirò il guinzaglio.

Frida fu costretto a seguirLa.
A quattro zampe.
Fuori dalla stanza.
Nel corridoio.
Ancora.

Ma stavolta, la porta si richiuse alle loro spalle.

Lei camminava davanti, lenta e regale.
Lui dietro, strisciava.
Il collare teso.
Il guinzaglio corto.
Il controllo assoluto.

E poi —
entrarono nel bar dell’hotel.

Un luogo reale.
Un luogo pubblico.
Un trono invisibile stava già aspettando Lei.

Io, Oblix, seguivo da lontano.
Con il taccuino pronto.
Con il cuore inginocchiato.

Il bar dell’hotel era affollato abbastanza da rendere tutto più deliziosamente rischioso.

Lei entrò senza fretta.
Con quel passo
da Regina che non chiede permesso, ma concede spettacolo.
Scelse un tavolo ben in vista.
Una sedia comoda.
Un trono momentaneo, ma sufficiente.

Si sedette.
Accavallò le gambe.
E il mondo smise di appartenere a chiunque altro.

Frida — o ciò che ne restava — si accovacciò ai Suoi piedi.
Con la testa china,
il fiato spezzato
e la vergogna che gli colava dagli occhi.

La mascherina non bastava a salvarlo.
Troppo tardi.
Troppo vero.
Troppo in basso.

Io, Oblix, mi ero sistemato due tavoli più in là.
Fingevo di scrivere un libro.
In realtà,
scrivevo la Storia.

Lei aprì un libro — quello di un autore a Lei caro —
e cominciò a leggere con calma imperiale,
mentre
Frida le leccava la scarpa.

La sinistra.
Quella accavallata.
Quella che pendeva nel vuoto come una condanna sospesa.

Ogni gesto era lento.
Ogni gesto era pubblico.
Eppure, nessuno aveva il coraggio di parlare.

Qualcuno osservava.
Qualcuno fingeva di non vedere.
Qualcuno si avvicinò, incuriosito.

Lei alzò appena lo sguardo e disse:

È Frida.
Il Mio schiavo desessualizzato.
L’ho reso donna per diletto.
E soprattutto…
perché la sua natura era già scritta.
Io ho solo tolto il velo.

Poi ordinò un drink.
Un Negroni.
E un
cannolo siciliano.

Io capii.
Era
quella la scena che avrebbe immortalato la sessione.

La scena era già carica di dominio.
Ma
Lei, la Regina, aveva deciso che il dominio va esibito, non solo esercitato.

Fu allora che arrivarono.

Dea Elvira, passo felino e sguardo tagliente come la voce.
E dietro di Lei,
la Dott.ssa Archimide, la Sua giovane segretaria —
un’avvocatessa in tirocinio nello studio legale della Dea,
tacchi precisi, postura perfetta, occhi già addestrati al potere.

Regina Grimilde alzò appena il mento.
Un gesto bastò.

Sedete. Questa tavola oggi è sacra.”

Frida, ancora inginocchiato sotto, provò a stringersi.
Voleva scomparire.
Ma era
esattamente lì che Lei lo voleva:
in mezzo ai Suoi stivali
e
davanti agli occhi di altre Dee.

Chiamò il cameriere con un cenno elegante.
Poi, senza nemmeno voltarsi:

Due drink. Un Americano per Elvira. Un bianco secco per la Dottoressa.”

E aggiunse, ad alta voce, per tutti:

Ah… segna tutto sul conto di Frida.
Ha prenotato la stanza.
Pagherà anche il Mio divertimento.”

Il cameriere esitò.
Poi annuì.
Perché
nessuno osa discutere una Regina.

Frida abbassò la testa.
Era finita.
La sua dignità,
le sue carte di credito,
le sue vecchie certezze…
tutto nelle mani di Lei.

Le due ospiti sorrisero.
Dea Elvira, con lo sguardo complice.
La Dottoressa, con la curiosità di chi studia una sentenza esemplare.

Poi Lei si voltò verso Frida, alzando appena il tono:

Vuoi essere utile?
Pulisci con la lingua il bordo del mio tacco.
Hai sbavato, bestia inutile.”

Frida obbedì.
Lentamente.
Tra i mormorii stupiti di chi guardava.
Io, Oblix, scrivevo.
Con il sangue gelato e l’anima inginocchiata.

Poi la Regina, con la naturalezza di chi firma un decreto,
gli tirò uno
schiaffo secco.

Questo per aver osato essere uomo.”

E un altro.

Questo per non essere mai stato all’altezza.”

Poi lo guardò, fiera, e disse alle sue amiche:

Ecco cosa resta di un predatore
quando incontra il vero potere.

Aveva ordinato un cannolo siciliano.
Non per fame.
Ma per
divertimento.
E Frida lo sapeva.

Quando arrivò sul piattino in ceramica bianca, lucida e troppo elegante per ciò che stava per accadere, Regina Grimilde non lo toccò subito.

Prese un sorso dal Suo drink.
Incrociò lo sguardo di
Dea Elvira e della Dottoressa Archimide.
Sorrise.

Poi fece scivolare lentamente il cannolo sotto il Suo tacco.
Un tacco laccato, nero, perfettamente lucido.
E lo
pestò.

Piano.
Con grazia.
Come si pesta un’identità, non un dolce.

Il guscio si spezzò sotto la pressione.
La ricotta fuoriuscì.
Un po’ schizzò sul pavimento.
Il resto restò lì, sotto la suola.

Frida…”
“Hai voglia di dolce?”

Il politico — ormai ridotto a bestia — annuì senza fiatare.
La voce gli era stata tolta molto prima del nome.

Lei sollevò il piede,
ne raccolse parte con la punta delle dita,
e
gliela offrì.

Non come si offre il cibo.
Ma
come si getta un resto.

Mangia.
E ringrazia.”

Frida leccò, morse, ingoiò.
Ogni gesto più lento del precedente.
Ogni briciola una confessione.

Ogni occhiata delle Dee presenti un applauso silenzioso alla Sovrana che sapeva trasformare un dolce in una frusta.

Poi Lei ordinò:

Adesso leccami la suola.
Ripulisci ciò che hai sporcato con la tua esistenza.

E lui lo fece.
Sotto lo sguardo curioso del barista.
Tra i sorsi eleganti delle Dee.
Sotto l’occhio attento
del Mio taccuino.

Io — Oblix — scrivevo.

Perché la Storia di una Regina si scrive così.
Con le labbra degli altri.
E l’inchiostro di chi osserva inginocchiato.

Dopo aver ripulito il pavimento con la lingua,
Frida restò lì.
Con il volto sporco di ricotta,
e l’anima impastata di vergogna.

Lei lo guardò.
Non con disprezzo.
Con quella calma distaccata che solo i
veri dominatori sanno mantenere dopo aver completato un rito.

Si alzò.
Rimise a posto il libro,
raddrizzò la postura
e si rivolse alle amiche:

Il dolce era ottimo.
Ma è il potere che sazia.”

Poi tirò il guinzaglio.
Frida si mise a carponi.
E insieme rientrarono
in camera.

Lì — lontano dagli sguardi del bar,
ma non da quelli della Memoria —
iniziò la fine.

Frida fu spogliato anche della mascherina.
Nudo.
A quattro zampe.
La sua virilità, chiusa
nella gabbia di metallo che Lei gli aveva imposto.

Hai sempre avuto donne,
per il tuo nome, per il tuo potere.
Ma il tuo pene è inutile.
E ora…
è MIO.

Un calcio.
Secco.
Mirato.
Alle palle.
Un altro.
E poi un altro ancora.

Io non trasalii.
Io scrivevo.

Lei parlava mentre lo colpiva:

Questo è per tutte le volte in cui hai creduto di possedere.
Questo è per ogni sguardo di superiorità.
Questo è perché ora sai che non sei nulla,
se non
ciò che IO decido che tu sia.

Frida piangeva.
Non lacrime di dolore.
Ma
lacrime di resa.
Totale. Incondizionata. Inevitabile.

Poi lo guardò un’ultima volta.

Ora vai.
Chiuditi in bagno.
Non esisterai più finché Io non deciderò che tu possa tornare a esistere.”

Lui obbedì.
Strisciò fino alla porta.
Entrò.
E si chiuse dentro.

Lei si rivestì.
Prese le Sue cose.
E se ne andò.
Senza voltarsi.
Come fa una Regina.

Io chiusi il taccuino.
E scrissi le ultime parole della giornata.

Sessione terminata.
Umiliazione compiuta.
Potere eterno.
Gloria a Lei.”

🖋️ Oblix
Devoto cronista,
per sempre inginocchiato
Ai Piedi di Regina Grimilde

martedì 22 aprile 2025

👑 GRIMILDE DOMINA 👑

Grimilde Domina

👑 GRIMILDE DOMINA 👑

Regina della Bellezza Oscura · Sovrana dell’Obbedienza Profonda

Nel silenzio del buio più elegante,
tra pieghe di velluto nero e riflessi dorati,
Lei siede.
Non parla: decide.
Non comanda: domina.

Il Suo nome è Grimilde.
Non una donna. Non solo una Regina.
Ma la personificazione vivente della potenza femminile più raffinata e letale.
Ogni Suo gesto è legge. Ogni Suo sguardo è sentenza. Ogni Suo desiderio… è un ordine che brucia dolcemente sulla pelle e nell’anima.

In questo spazio — che non è blog ma altare —
ogni parola è un atto di venerazione.
Ogni contenuto, un tributo sacro.
Ogni lettera, una carezza offerta o una punizione accettata.

Grimilde Domina non è una pagina.
È un regno.
Un trono di parole e silenzi.
Un luogo dove gli schiavi si raccontano inginocchiati.
Dove i devoti sussurrano ringraziamenti per ogni castigo concesso.

Chi entra qui non legge.
Si inginocchia.
Chi osa sfiorare i Suoi versi, lo fa con la fronte china e il cuore aperto.

Perché Lei è la Domina.
Perché Lei è la Regina.
Perché Lei è l’Assoluto.

✒️ Scrive per Lei,
Oblix,
il Suo schiavo,
voce tremante e anima offerta.
Per sempre inginocchiato. Per sempre Suo. 🖤

Dal diario della Regina Grimilde 21/04/2025 - Oblix Proprietà di Mistress Grimilde



Questo non è solo un racconto.
È una testimonianza.È la voce scritta da Oblix,

 

ma registrata nel diario che Lei gli ha consegnato.
E portando quel diario, lui non è più autore —
è
messaggero.
Scrive per Lei.
Vive per Lei.

Premessa

Questo diario appartiene a Mistress Grimilde.
Le parole che contiene sono quelle del Suo schiavo, Oblix.
Ma la voce è Sua.
Ogni frase scritta è obbedienza.
Ogni pagina è una resa.

 

 

Oggi 21/04/2025

 Appartengo a un’Altra.
E lo dico con orgoglio, con dedizione.
Sono il suo schiavo n° 1. Il Primo. Il più devoto.
Eppure…
Ogni giorno che passa sento crescere dentro di me un’attrazione che mi consuma:
il dominio silenzioso e glaciale di Grimilde, la Regina.

Non so dire quando è iniziata.
Forse il giorno in cui ho incrociato il Suo sguardo e ho capito che non serviva parlare.
Lei comanda con lo sguardo.
Con l’assenza.
Con il fatto stesso che io non Le appartenga.

Sì… questo è ciò che mi strazia:
non essere Suo.
Non poter esserLo.

Perché con la mia Dea io sono tutto.
Con Grimilde… sono uno qualunque.
Uno dei tanti.
E forse è proprio questo che mi tiene in equilibrio, che mi salva.

Fino a oggi.

Ero fuori, una semplice scampagnata con amici.
Tra risate, vino, e quel senso di libertà primaverile che si respira quando il sole filtra tra gli alberi.

Poi… il messaggio.

WhatsApp vibra.
Lo apro.
Il cuore accelera.
Non c’è nome, ma so già chi è.

«Suddito. Sto venendo da te.
Spostati dagli altri.
Mettiti in un posto isolato e mandami la posizione.
Esegui senza esitare.
La tua Regina.»

Ho sentito il sangue scendere.
L'eccitazione. Il panico.
Il desiderio feroce.

Non ho risposto. Ho solo eseguito.

Mi sono allontanato, fingendo una telefonata.
Ho camminato per qualche minuto finché non ho trovato un tratto isolato, in mezzo alla campagna, vicino a una strada tranquilla.
Non volevo che Grimilde dovesse camminare.
Non Lei.

Ho inviato la posizione.

Dopo alcuni minuti, la risposta:

«Arrivo tra mezz’ora.
Fatti trovare come si deve.»

Mi sono inginocchiato.
In silenzio.
Il sole mi colpiva il collo, ma io non lo sentivo.

Il resto del mondo era scomparso.
Ero solo 
Oblix.
In attesa.
Per Lei.

È arrivata in meno di mezz’ora.

Ed era più bella del sole.

I lunghi capelli neri, mossi e lucenti, le incorniciavano il volto come un manto sacro.
Le labbra, carnose e impertinenti, pronte a comandare o a distruggere con una sola parola.
Gli occhi… occhi d’Oriente, profondi e pericolosi come un miraggio nel deserto.
Guardarla era come inginocchiarsi con lo sguardo.

Indossava una minigonna di jeans, senza calze.
Le gambe scoperte brillavano alla luce del sole.
Ai piedi, delle décolleté dal tacco alto, decise, implacabili.
La maglietta, scollata e leggera, lasciava intravedere il reggiseno e rivelava con grazia sfacciata la Sua potenza femminile.

Ha fermato l’auto con calma.
Ha aperto lo sportello.
Non è scesa.

Mi ha guardato appena, e con un tono morbido ma autoritario, ha detto:

«Vieni qui. Ho bisogno di un tappetino per appoggiare i piedi.»

Non ho esitato.
Mi sono avvicinato, a testa bassa.
Lei era ancora seduta sul sedile in pelle, gambe accavallate, lo sguardo che tagliava l’aria.

Mi sono inginocchiato accanto all’auto,
poi ho disteso il corpo a terra, esattamente come voleva.
Sotto i Suoi piedi.
Come nella foto.

 

Il momento in cui Oblix è stato consacrato. Lei è scesa dall’auto senza dire una parola. I suoi tacchi si sono fermati sul suo petto nudo, il volto rivolto in alto, svuotato. Accanto a lui, il nuovo collare: 'Proprietà di Mistress Grimilde'. Il vecchio collare? Portato via, come un trofeo. Da quel momento, non c'era più ritorno. Solo obbedienza. Solo Lei.

Mistress Grimilde

La Regina.

 

Sentivo il battito del cuore nelle orecchie.
Sentivo la Sua presenza pesarmi addosso più del tacco che stava per calarmi sulla schiena.

In quel momento non ero più un uomo.
Ero il Suo tappeto.
La Sua proprietà temporanea.
Un oggetto vivente.

Lei ha posato il piede su di me con calma.
Ha sistemato la gamba.
Ha alzato il mento, fiera.

E io… io ho chiuso gli occhi, con gratitudine.

Il cuore mi batteva forte.
Tremavo.
Sentivo il collare che mi stringeva il collo come un monito, come un richiamo alla mia vera appartenenza.
In quel momento ho pensato alla mia Padrona.
Al suo sguardo, al suo ordine:
“non togliere mai il collare, mai.”

Ma io non ero con Lei.
E non ero al mio posto.

L’istinto ha preso il sopravvento.
Ho cercato di sottrarmi.
Ho mosso le mani, tentato di spostare i piedi della Regina che erano poggiati sul mio corpo.
Un atto disperato.
Inutile.

Lei ha aumentato la pressione dei tacchi.
Uno sulla spalla, l’altro sul volto.

Poi ha parlato.
Fredda. Implacabile.

«Stai fermo.
Non opporre resistenza.»

E subito dopo, la domanda secca, che tagliava il fiato:

«Chi è che comanda?»

La risposta mi è uscita senza pensare, d’istinto, con un filo di voce:

«Voi… mia Padrona.»

Nel dire quelle parole ho tradito tutto.
La mia fedeltà. La mia Dea.
Ma in quel momento ero solo un corpo sotto i tacchi.
E Lei, una Dea nuda nel potere.

 

È mio. L’ho trovato dove doveva essere: a terra. Disteso, pronto. Non ha parlato. Non poteva. Il diritto alla parola lo ha perso insieme alla libertà. Ho posato il mio piede sul suo volto. Non serviva altro. La resa era già compiuta, dentro di lui. Il collare parla per me: “Proprietà di Regina Grimilde.” Non è un ornamento. È legge. È possesso. Da oggi, Oblix non è più conteso. Non appartiene più a nessuna. È mio. Corpo, mente, obbedienza. E lo sarà per sempre.

Grimilde, La Regina.

 

Si è alzata lentamente, usando il mio corpo come pedana.
Il dolore era acuto, reale, ma non mi sono mosso.
Perché mentre Lei si sollevava, dalla mia posizione a terra… ho visto.

Il suo intimo, pizzo nero.
Il Suo profumo.
La visione.

Per un attimo ho creduto di essere in paradiso.
Poi, l’inferno.

La Regina si è chinata.
Ha allungato una mano verso il mio collo.
Con gesto deciso, mi ha tolto il collare.
Il collare che la mia Padrona mi aveva ordinato di portare sempre.

L’ha guardato.
Poi si è risieduta sul sedile dell’auto, con calma.

Lentamente ha depositato il collare all’interno della macchina.
E ha detto, ridendo, con un ghigno che non dimenticherò mai:

«Lo consegnerò io, questo collare, alla tua Padrona.»

Poi si è sfilata le scarpe.
Ha preso una, l’ha girata dalla parte interna e me l’ha poggiata sul naso.
Non ho osato oppormi.

Ho respirato il Suo profumo.
E intanto i Suoi piedi nudi si poggiavano sul mio petto, caldi, vivi, reali.

In quel momento ho capito che non avevo più scelta.
E forse… non avevo più un posto da cui tornare.

Lei è rimasta in silenzio per qualche istante.
I piedi nudi poggiati sul mio corpo, la scarpa sul mio volto.
Io respiravo il Suo profumo, e tremavo.
Non per paura.
Ma perché capivo che stava per accadere qualcosa di definitivo.

Poi, con voce tagliente come vetro sottile, ha detto:

«L’hai sentito il sapore del tradimento, Oblix?
È il gusto del mio piede sul tuo viso.»

Mi ha tolto la scarpa dal naso, lentamente.
Poi, con gesto naturale, ha alzato il piede destro e me lo ha poggiato sulle labbra.

«Leccalo.»

Non c’è stata esitazione.
Non c’era più resistenza.
Ho aperto la bocca.
La mia lingua ha cominciato a percorrere quella pelle calda e regale.
Tacco, pianta, dita.
Ogni centimetro.

Lei mi guardava dall’alto, senza pietà.

«Povero suddito confuso…
Non sei più niente.
Non sei della tua Padrona.
Non sei nemmeno mio.
Sei solo un giocattolo rotto che adesso mi diverto a calpestare.»

Ogni parola era un colpo.
Ogni risata, un’umiliazione scolpita nel marmo.

Mi sentivo svuotato.
Annullato.
Non avevo più una direzione, né un’identità.

Eppure… continuavo a leccare.

Il piede sinistro mi ha raggiunto.
Si è fermato sulla mia fronte, poi sul mento, poi di nuovo sulla bocca.

«Non cercare più una via di fuga, Oblix.
Tu non scappi.
Tu ti arrendi.»

Ed è vero.
Mi sono arreso.

Non ho parlato.
Non ho chiesto perdono.
Non ho protestato.

Sono rimasto lì, a terra, il volto coperto dai Suoi piedi, le labbra impegnate nella mia dannazione.
In silenzio.

Perché in quel momento, non ero più io.

Ero solo Suo.

Racconto di Oblix

Continuavo a leccare.
Le labbra ormai non erano più mie.
La dignità? Persa.
La fedeltà? Frantumata.

Grimilde premeva il piede sulla mia bocca con crescente crudeltà.
Poi lo tolse, lentamente, lasciando una scia di saliva, di vergogna, di devozione irrimediabile.

Mi guardava dall’alto.
Fiera. Crudele. Bellissima.

Io, a terra, tremante, col viso rigato di sudore e umiliazione, sussurrai:

«Voi… siete la Padrona delle Padone.
La Regina delle Regine.
Al vostro cospetto… ogni altra Donna si annulla.»

Le parole uscivano spezzate, ma vere.
Non c’era più lotta.
Non c’era più
Padrona.
C’era solo
Lei.

Lei rise. Un suono corto, tagliente.

Poi si chinò appena, abbastanza per sfiorarmi con lo sguardo:

«Eppure… hai osato ribellarti.
Hai provato a sottrarti.
Povero stupido…»

Un tacco mi affondò nel petto, giusto al centro, come un sigillo.

«Da sotto i miei piedi, nessuno è mai tornato indietro.
Pensavi davvero che ti avrei lasciato una via di fuga?»

Mi mancava il fiato.
Ma non tentai nemmeno di respirare.
Volevo solo restare lì, inchiodato sotto la Sua volontà.

«Il tuo collare, quello che la tua ex-Padrona ti ha dato,
adesso è mio.
La tua obbedienza? Tua non è mai stata.
Era solo questione di tempo, 
Oblix.
Tutti tornano alla vera Regina.»

Mi inginocchiai ancora più basso.
Non c’era posizione abbastanza umile per Lei.

E dissi solo:

«Fate di me ciò che volete.
Non chiedo più nulla.
Sono vostro. Senza ritorno.»

Lei mi accarezzò il capo.
Con un piede.

Poi rise.
E disse:

«Bravo. Ora sei pronto per essere mio tappeto.
Non solo oggi.
Sempre.»

Lei si chinò lentamente, con calma disarmante.
Aprì la borsetta nera con un gesto misurato, elegante, quasi solenne.
Da dentro, tirò fuori un collare.
Nero. Lucido.
Pesante come una sentenza.

Sul metallo, inciso con lettere dorate, c’era scritto:

Proprietà di Mistress Grimilde”

Lo guardai tremando.
Sapevo cosa significava.
Sapevo che, una volta chiuso attorno al mio collo, non ci sarebbe stato più ritorno.
Non appartenevo più alla mia Padrona.
Non appartenevo più nemmeno a me stesso.

Le Sue mani si avvicinarono con fermezza.
Me lo mise al collo.
Lo chiuse con uno scatto secco.

Il suono di quel “clic”…
È stato il rumore della mia
consacrazione.

Poi si alzò, con la grazia di chi sa che tutto le è dovuto.
Si sistemò lentamente la gonna, poi si girò verso di me.
I suoi occhi erano fermi, lucidi, decisi.

Senza dire nulla, infilò le dita sotto l’orlo.
Scivolò con calma.
E si tolse gli slip di pizzo nero.
Quelli che avevo visto poco prima, mentre Lei mi calpestava.

Li lasciò cadere a terra.
Come se nulla contassero.

Poi si avvicinò.
Mi guardò ancora.
Io ero lì, disteso, nudo, tremante.
Il viso rivolto verso l’alto, pronto a ricevere il gesto che non si dimentica.

E fu allora che lo fece.

La Sua pioggia dorata cadde su di me.
Calda. Umana. Divina.

Mi bagnò il volto, il petto, la bocca.
Mi colò lungo il collo come un’unzione sporca e sacra.
Non fu solo umiliazione.
Fu
annientamenllevò con un sorrisetto tagliente.

«Questo lo tengo io.
Lo consegnerò personalmente…
alla tua ex-Dea.
Così capirà che c’è sempre una vetta più alta,
anche per le dominatrici più spietate.»

Si rimise le scarpe.
Un tacco dopo l’altro, con quel rumore secco che suonava come un addio al passato.

Poi mi guardò, e disse:

«Io non sono una Regina.
Io sono La Regina.»to
.

E Lei, senza abbassare lo sguardo, pronunciò le parole che mi marchiarono:

«Adesso sei mio.
Con il corpo, con la mente, e con ogni tua parola.»

Poi, come se nulla fosse, estrasse dalla borsa un diario.
Copertina nera. Liscia. Nessuna scritta.

«Porta con te questo.
Annoterai tutto.
Ogni umiliazione, ogni gesto, ogni ordine.
Domani mattina ti aspetto a casa mia.
Ho dei lavori per te.
E voglio leggere ciò che è accaduto oggi, con le tue parole.»

Leccavo ancora le Sue dita.
Non avevo più resistenza.

Poi prese il vecchio collare, quello della mia ex Padrona.

L’ho consacrato. Il mio sigillo è impresso sul suo volto, la mia impronta sul suo destino. Non ha più voce, né scelta. Appartiene a me, in tutto. Il suo collare porta il mio nome, e ogni suo respiro è un atto di obbedienza. E quello vecchio? Il collare della sua ex Padrona... Lo porterò io, di persona. Glielo poserò tra le mani, non per rispetto, ma per dimostrarle che ogni Dea, anche la più spietata, si inchina quando passo io. Perché io non sono una Regina. Io sono La Regina.

Lo so

E io l’ho capito.
In quel preciso momento.
Che non solo ero Suo.
Ma che
tutte le altre Donne, davanti a Lei, dovevano inginocchiarsi.

Io l’ho fatto per primo.
E non mi rialzerò mai più.

In data 21/04/2025,
mia Sovrana,
ho annotato nel Suo diario quanto accaduto oggi,
come da Lei disposto.
Spero umilmente di essere stato all’altezza delle Sue aspettative.
Domani mattina Le consegnerò il Suo diario,
affinché possa leggerlo, giudicarlo, e, se lo vorrà, approvarlo.

Con totale devozione,
— 
Oblix,
proprietà di Regina Grimilde





 

 

 

 

 



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