Mistress Grimilde 👠

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�� Mistress Grimilde è eleganza, potere e silenzio che domina. Non chiede. Ordina. Non si spiega. Si serve. La Sua presenza piega, il Suo sguardo marchia. Chi La incontra… non torna indietro. Perché Mistress Grimilde domina. Il resto… si inchina o scompare. Sotto i Suoi tacchi.

mercoledì 23 aprile 2025

Frida - 📜 Dal Diario di Regina Grimilde

 

📜 Dal Diario di Regina Grimilde

✍️ Annotato da Oblix

La stanza era silenziosa.
Non una stanza qualunque.
Una sala d’attesa per l’oblio.

Frida era già lì.
In ginocchio.
Un uomo.
Un politico.
Uno che fuori da quelle mura viene chiamato “Onorevole”.

Ma lì, no.
Lì era solo
un corpo in ginocchio.
Nudo.
Con un collare al collo.
La fronte china come chi ha capito — troppo tardi — che la vera autorità non siede nei palazzi…
ma
sui tacchi di una Regina.

Io, Oblix, ero nell’angolo a me destinato.
Non un servo qualunque.
Un testimone.
Uno scriba dell’Impero Nero di Grimilde.

Poi Lei entrò.

Regina Grimilde.

Avvolta in un cappotto lungo, nero,
come l’ultima notte prima della resa.

Tacchi. Silenzio. Supremazia.
Ogni passo sembrava dire:
“Non importa chi sei stato. Ora sei mio.”

Frida non osò alzare lo sguardo.
Forse temeva di essere riconosciuto.
O forse, per la prima volta nella sua vita,
sapeva di non contare più nulla.

Lei si fermò.
Posò lentamente il cappotto.

Sotto, la Sua lingerie nera accendeva il contrasto tra il potere e l’umiliazione.
Tra ciò che domina…
e ciò che si arrende.

Frida tremava.
Non per il freddo.
Ma perché sapeva che da lì in poi,
non ci sarebbe stato più “Lui”.
Solo
Frida.

Lei lo guardò.
Non con rabbia.
Non con pietà.
Con quel tipo di silenzio che solo chi comanda può permettersi di pronunciare.

Poi parlò.

La Sua voce fu come una lama nel velluto.

Ti chiamano Onorevole…
ma io ti chiamo
nullità.”

Frida non rispose.
Non osava.
Un tremore percorse la sua schiena.

Fuori comandi. Qui obbedisci.”
“Fuori detti. Qui taci.”
“Fuori eri qualcuno. Qui sei
Mia.”

Ogni parola era una martellata sulla sua identità.
Ogni pausa, una presa d’aria tolta.
Ogni tono, un colpo inferto direttamente al suo ego.

Lei gli si avvicinò.
Lentamente.
Tacchi sull’anima.

Ti piaceva comandare, vero?”
“Guardare le persone dall’alto in basso… sentirti al centro del potere…”
“Ora guarda in basso.
Il tuo mondo si ferma qui.
Ai miei piedi.

Frida ansimava.
Non per eccitazione.
Ma per
vergogna.
Per la
presenza immensa che lo sovrastava.

Poi arrivò la frase che gli spense ogni residuo di mascolinità:

Tu non sei un uomo.
Tu sei Frida.
La mia creatura.
Il mio trofeo.
Il mio burattino senza genitali.
Un involucro riempito di obbedienza.”

Lei si voltò verso di me.
Io annuii in silenzio.
Stavo scrivendo tutto.
Come sempre.
Perché l’umiliazione, quando è vera, merita di essere ricordata

Lei non lo toccò subito.
Non ce n’era bisogno.
L’umiliazione vera non ha bisogno di mani. Solo di volontà.

Poi, senza affrettarsi, tirò fuori il guinzaglio.

Nero.
Corto.
In pelle spessa.
Un’estensione della Sua volontà.

Lo agganciò al collare con la calma di chi sa di avere tutto il tempo e tutto il potere.
Il clic del moschettone fu il
sigillo definitivo sulla nuova identità di Frida.

Ora impari a seguire il Mio passo.
Dentro questa stanza.
E fuori.
Perché la tua vergogna non è un segreto.
È un vestito nuovo che ti calza alla perfezione.”

Lo fece camminare sulle ginocchia.
Piano.
Attento.
Cauto come un cane appena addestrato.
Lui non fiatava.
Solo il suono dei tacchi e dei suoi respiri riempiva la stanza.

Quando Lei si fermava, lui si fermava.
Quando Lei si voltava, lui abbassava la testa.

Poi —
aprì la porta.

Il corridoio dell’hotel era silenzioso.
Tappeti spessi. Luci basse.
Una telecamera all’angolo del soffitto.
Lei lo sapeva.
E
voleva essere vista.

Frida strisciava dietro di Lei.
Un politico, un uomo, una maschera rotta.
Ora solo
una cosa al guinzaglio.

Passarono davanti alla stanza di servizio.
Poi all’ascensore.
Un cameriere sbucò all’improvviso e li vide.
Lei non si fermò.
Non spiegò.
Non chiese.

Perché chi guarda,
vede solo ciò che Lei
concede di mostrare.

Si fermò sulla soglia della stanza.
Frida era ancora in ginocchio, col fiato corto e lo sguardo basso.

Poi Lei parlò.
Non come chi fa un gesto di grazia.
Ma come chi
decide fin dove può spingere la vergogna di un uomo…
senza ancora distruggerlo del tutto.

Ti concedo la mascherina.”
“Non per te.
Ma per il Mio diletto.
Così che tu possa essere scambiato per chiunque…
mentre Io so esattamente chi sei.”

Frida annuì.
Le mani tremavano quando indossò quella mascherina nera, semplice, di tessuto.
Né bella, né brutta.
Solo anonima.
Una finta protezione per un’identità che Lei aveva già smantellato.

Poi, senza una parola, Regina Grimilde tirò il guinzaglio.

Frida fu costretto a seguirLa.
A quattro zampe.
Fuori dalla stanza.
Nel corridoio.
Ancora.

Ma stavolta, la porta si richiuse alle loro spalle.

Lei camminava davanti, lenta e regale.
Lui dietro, strisciava.
Il collare teso.
Il guinzaglio corto.
Il controllo assoluto.

E poi —
entrarono nel bar dell’hotel.

Un luogo reale.
Un luogo pubblico.
Un trono invisibile stava già aspettando Lei.

Io, Oblix, seguivo da lontano.
Con il taccuino pronto.
Con il cuore inginocchiato.

Il bar dell’hotel era affollato abbastanza da rendere tutto più deliziosamente rischioso.

Lei entrò senza fretta.
Con quel passo
da Regina che non chiede permesso, ma concede spettacolo.
Scelse un tavolo ben in vista.
Una sedia comoda.
Un trono momentaneo, ma sufficiente.

Si sedette.
Accavallò le gambe.
E il mondo smise di appartenere a chiunque altro.

Frida — o ciò che ne restava — si accovacciò ai Suoi piedi.
Con la testa china,
il fiato spezzato
e la vergogna che gli colava dagli occhi.

La mascherina non bastava a salvarlo.
Troppo tardi.
Troppo vero.
Troppo in basso.

Io, Oblix, mi ero sistemato due tavoli più in là.
Fingevo di scrivere un libro.
In realtà,
scrivevo la Storia.

Lei aprì un libro — quello di un autore a Lei caro —
e cominciò a leggere con calma imperiale,
mentre
Frida le leccava la scarpa.

La sinistra.
Quella accavallata.
Quella che pendeva nel vuoto come una condanna sospesa.

Ogni gesto era lento.
Ogni gesto era pubblico.
Eppure, nessuno aveva il coraggio di parlare.

Qualcuno osservava.
Qualcuno fingeva di non vedere.
Qualcuno si avvicinò, incuriosito.

Lei alzò appena lo sguardo e disse:

È Frida.
Il Mio schiavo desessualizzato.
L’ho reso donna per diletto.
E soprattutto…
perché la sua natura era già scritta.
Io ho solo tolto il velo.

Poi ordinò un drink.
Un Negroni.
E un
cannolo siciliano.

Io capii.
Era
quella la scena che avrebbe immortalato la sessione.

La scena era già carica di dominio.
Ma
Lei, la Regina, aveva deciso che il dominio va esibito, non solo esercitato.

Fu allora che arrivarono.

Dea Elvira, passo felino e sguardo tagliente come la voce.
E dietro di Lei,
la Dott.ssa Archimide, la Sua giovane segretaria —
un’avvocatessa in tirocinio nello studio legale della Dea,
tacchi precisi, postura perfetta, occhi già addestrati al potere.

Regina Grimilde alzò appena il mento.
Un gesto bastò.

Sedete. Questa tavola oggi è sacra.”

Frida, ancora inginocchiato sotto, provò a stringersi.
Voleva scomparire.
Ma era
esattamente lì che Lei lo voleva:
in mezzo ai Suoi stivali
e
davanti agli occhi di altre Dee.

Chiamò il cameriere con un cenno elegante.
Poi, senza nemmeno voltarsi:

Due drink. Un Americano per Elvira. Un bianco secco per la Dottoressa.”

E aggiunse, ad alta voce, per tutti:

Ah… segna tutto sul conto di Frida.
Ha prenotato la stanza.
Pagherà anche il Mio divertimento.”

Il cameriere esitò.
Poi annuì.
Perché
nessuno osa discutere una Regina.

Frida abbassò la testa.
Era finita.
La sua dignità,
le sue carte di credito,
le sue vecchie certezze…
tutto nelle mani di Lei.

Le due ospiti sorrisero.
Dea Elvira, con lo sguardo complice.
La Dottoressa, con la curiosità di chi studia una sentenza esemplare.

Poi Lei si voltò verso Frida, alzando appena il tono:

Vuoi essere utile?
Pulisci con la lingua il bordo del mio tacco.
Hai sbavato, bestia inutile.”

Frida obbedì.
Lentamente.
Tra i mormorii stupiti di chi guardava.
Io, Oblix, scrivevo.
Con il sangue gelato e l’anima inginocchiata.

Poi la Regina, con la naturalezza di chi firma un decreto,
gli tirò uno
schiaffo secco.

Questo per aver osato essere uomo.”

E un altro.

Questo per non essere mai stato all’altezza.”

Poi lo guardò, fiera, e disse alle sue amiche:

Ecco cosa resta di un predatore
quando incontra il vero potere.

Aveva ordinato un cannolo siciliano.
Non per fame.
Ma per
divertimento.
E Frida lo sapeva.

Quando arrivò sul piattino in ceramica bianca, lucida e troppo elegante per ciò che stava per accadere, Regina Grimilde non lo toccò subito.

Prese un sorso dal Suo drink.
Incrociò lo sguardo di
Dea Elvira e della Dottoressa Archimide.
Sorrise.

Poi fece scivolare lentamente il cannolo sotto il Suo tacco.
Un tacco laccato, nero, perfettamente lucido.
E lo
pestò.

Piano.
Con grazia.
Come si pesta un’identità, non un dolce.

Il guscio si spezzò sotto la pressione.
La ricotta fuoriuscì.
Un po’ schizzò sul pavimento.
Il resto restò lì, sotto la suola.

Frida…”
“Hai voglia di dolce?”

Il politico — ormai ridotto a bestia — annuì senza fiatare.
La voce gli era stata tolta molto prima del nome.

Lei sollevò il piede,
ne raccolse parte con la punta delle dita,
e
gliela offrì.

Non come si offre il cibo.
Ma
come si getta un resto.

Mangia.
E ringrazia.”

Frida leccò, morse, ingoiò.
Ogni gesto più lento del precedente.
Ogni briciola una confessione.

Ogni occhiata delle Dee presenti un applauso silenzioso alla Sovrana che sapeva trasformare un dolce in una frusta.

Poi Lei ordinò:

Adesso leccami la suola.
Ripulisci ciò che hai sporcato con la tua esistenza.

E lui lo fece.
Sotto lo sguardo curioso del barista.
Tra i sorsi eleganti delle Dee.
Sotto l’occhio attento
del Mio taccuino.

Io — Oblix — scrivevo.

Perché la Storia di una Regina si scrive così.
Con le labbra degli altri.
E l’inchiostro di chi osserva inginocchiato.

Dopo aver ripulito il pavimento con la lingua,
Frida restò lì.
Con il volto sporco di ricotta,
e l’anima impastata di vergogna.

Lei lo guardò.
Non con disprezzo.
Con quella calma distaccata che solo i
veri dominatori sanno mantenere dopo aver completato un rito.

Si alzò.
Rimise a posto il libro,
raddrizzò la postura
e si rivolse alle amiche:

Il dolce era ottimo.
Ma è il potere che sazia.”

Poi tirò il guinzaglio.
Frida si mise a carponi.
E insieme rientrarono
in camera.

Lì — lontano dagli sguardi del bar,
ma non da quelli della Memoria —
iniziò la fine.

Frida fu spogliato anche della mascherina.
Nudo.
A quattro zampe.
La sua virilità, chiusa
nella gabbia di metallo che Lei gli aveva imposto.

Hai sempre avuto donne,
per il tuo nome, per il tuo potere.
Ma il tuo pene è inutile.
E ora…
è MIO.

Un calcio.
Secco.
Mirato.
Alle palle.
Un altro.
E poi un altro ancora.

Io non trasalii.
Io scrivevo.

Lei parlava mentre lo colpiva:

Questo è per tutte le volte in cui hai creduto di possedere.
Questo è per ogni sguardo di superiorità.
Questo è perché ora sai che non sei nulla,
se non
ciò che IO decido che tu sia.

Frida piangeva.
Non lacrime di dolore.
Ma
lacrime di resa.
Totale. Incondizionata. Inevitabile.

Poi lo guardò un’ultima volta.

Ora vai.
Chiuditi in bagno.
Non esisterai più finché Io non deciderò che tu possa tornare a esistere.”

Lui obbedì.
Strisciò fino alla porta.
Entrò.
E si chiuse dentro.

Lei si rivestì.
Prese le Sue cose.
E se ne andò.
Senza voltarsi.
Come fa una Regina.

Io chiusi il taccuino.
E scrissi le ultime parole della giornata.

Sessione terminata.
Umiliazione compiuta.
Potere eterno.
Gloria a Lei.”

🖋️ Oblix
Devoto cronista,
per sempre inginocchiato
Ai Piedi di Regina Grimilde

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