📜 Dal Diario di Regina Grimilde
✍️ Annotato da Oblix
La stanza era silenziosa.
Non una stanza qualunque.
Una sala d’attesa per l’oblio.
Frida
era già lì.
In ginocchio.
Un uomo.
Un politico.
Uno
che fuori da quelle mura viene chiamato “Onorevole”.
Ma lì, no.
Lì era
solo un corpo
in ginocchio.
Nudo.
Con
un collare al collo.
La fronte china come chi ha capito —
troppo tardi — che la vera autorità non siede nei palazzi…
ma
sui tacchi di
una Regina.
Io, Oblix,
ero nell’angolo a me destinato.
Non un servo qualunque.
Un
testimone.
Uno scriba dell’Impero Nero di Grimilde.
Poi Lei entrò.
Regina Grimilde.
Avvolta in un cappotto
lungo, nero,
come l’ultima notte prima della resa.
Tacchi. Silenzio.
Supremazia.
Ogni passo sembrava dire:
“Non importa chi
sei stato. Ora sei mio.”
Frida non osò alzare lo
sguardo.
Forse temeva di essere riconosciuto.
O forse, per
la prima volta nella sua vita,
sapeva
di non contare più nulla.
Lei si fermò.
Posò
lentamente il cappotto.
Sotto, la Sua lingerie nera
accendeva il contrasto tra il potere e l’umiliazione.
Tra ciò
che domina…
e ciò che si arrende.
Frida tremava.
Non per
il freddo.
Ma perché sapeva che da lì in poi,
non ci
sarebbe stato più “Lui”.
Solo Frida.
Lei lo guardò.
Non
con rabbia.
Non
con pietà.
Con quel tipo di silenzio che solo chi comanda può
permettersi di pronunciare.
Poi parlò.
La Sua voce fu come una lama nel velluto.
“Ti chiamano Onorevole…
ma io ti chiamo nullità.”
Frida non rispose.
Non
osava.
Un tremore percorse la sua schiena.
“Fuori comandi. Qui obbedisci.”
“Fuori detti. Qui taci.”
“Fuori eri qualcuno. Qui sei Mia.”
Ogni parola era una
martellata sulla sua identità.
Ogni
pausa, una presa d’aria tolta.
Ogni tono, un colpo inferto
direttamente al suo ego.
Lei gli si
avvicinò.
Lentamente.
Tacchi sull’anima.
“Ti piaceva comandare, vero?”
“Guardare le persone dall’alto in basso… sentirti al centro del potere…”
“Ora guarda in basso.
Il tuo mondo si ferma qui.
Ai miei piedi.”
Frida ansimava.
Non
per eccitazione.
Ma per vergogna.
Per
la presenza
immensa che lo
sovrastava.
Poi arrivò la frase che gli spense ogni residuo di mascolinità:
“Tu non sei un uomo.
Tu sei Frida.
La mia creatura.
Il mio trofeo.
Il mio burattino senza genitali.
Un involucro riempito di obbedienza.”
Lei si voltò verso di
me.
Io annuii in silenzio.
Stavo scrivendo tutto.
Come
sempre.
Perché
l’umiliazione, quando è vera, merita di essere ricordata
Lei non lo toccò
subito.
Non ce n’era bisogno.
L’umiliazione
vera non ha bisogno di mani. Solo di volontà.
Poi, senza affrettarsi, tirò fuori il guinzaglio.
Nero.
Corto.
In
pelle spessa.
Un’estensione della Sua volontà.
Lo agganciò al collare con
la calma di chi sa di avere tutto
il tempo e tutto il potere.
Il
clic del moschettone fu il sigillo
definitivo
sulla nuova identità di Frida.
“Ora impari a seguire il Mio passo.
Dentro questa stanza.
E fuori.
Perché la tua vergogna non è un segreto.
È un vestito nuovo che ti calza alla perfezione.”
Lo fece camminare sulle ginocchia.
Piano.
Attento.
Cauto come un cane appena addestrato.
Lui non fiatava.
Solo il suono dei tacchi e dei suoi respiri riempiva la stanza.
Quando Lei si fermava, lui
si fermava.
Quando Lei si voltava, lui abbassava la testa.
Poi —
aprì
la porta.
Il corridoio dell’hotel
era silenzioso.
Tappeti spessi. Luci basse.
Una telecamera
all’angolo del soffitto.
Lei lo sapeva.
E voleva
essere vista.
Frida strisciava dietro di
Lei.
Un
politico, un uomo, una maschera rotta.
Ora
solo una cosa
al guinzaglio.
Passarono davanti alla
stanza di servizio.
Poi all’ascensore.
Un cameriere sbucò
all’improvviso e li vide.
Lei
non si fermò.
Non
spiegò.
Non
chiese.
Perché chi
guarda,
vede
solo ciò che Lei concede
di mostrare.
Si fermò sulla soglia
della stanza.
Frida era ancora in ginocchio, col fiato corto e
lo sguardo basso.
Poi Lei parlò.
Non
come chi fa un gesto di grazia.
Ma come chi decide
fin dove può spingere la vergogna di un uomo…
senza ancora
distruggerlo del tutto.
“Ti concedo la mascherina.”
“Non per te.
Ma per il Mio diletto.
Così che tu possa essere scambiato per chiunque…
mentre Io so esattamente chi sei.”
Frida annuì.
Le mani
tremavano quando indossò quella mascherina nera, semplice, di
tessuto.
Né bella, né brutta.
Solo anonima.
Una
finta protezione per un’identità che Lei aveva già smantellato.
Poi, senza una parola, Regina Grimilde tirò il guinzaglio.
Frida fu costretto a
seguirLa.
A quattro zampe.
Fuori dalla stanza.
Nel
corridoio.
Ancora.
Ma stavolta, la porta si richiuse alle loro spalle.
Lei camminava davanti,
lenta e regale.
Lui dietro, strisciava.
Il collare teso.
Il
guinzaglio corto.
Il
controllo assoluto.
E poi —
entrarono
nel bar dell’hotel.
Un luogo reale.
Un
luogo pubblico.
Un trono invisibile stava già aspettando Lei.
Io, Oblix, seguivo da
lontano.
Con il taccuino pronto.
Con il cuore
inginocchiato.
Il bar dell’hotel era affollato abbastanza da rendere tutto più deliziosamente rischioso.
Lei entrò senza
fretta.
Con quel passo da
Regina che non chiede permesso,
ma concede
spettacolo.
Scelse
un tavolo ben in vista.
Una sedia comoda.
Un trono
momentaneo, ma sufficiente.
Si sedette.
Accavallò
le gambe.
E il mondo smise di appartenere a chiunque altro.
Frida — o ciò che ne
restava — si accovacciò ai
Suoi piedi.
Con
la testa china,
il fiato spezzato
e la vergogna che gli
colava dagli occhi.
La mascherina non bastava a
salvarlo.
Troppo
tardi.
Troppo vero.
Troppo in basso.
Io, Oblix, mi ero sistemato
due tavoli più in là.
Fingevo di scrivere un libro.
In
realtà, scrivevo
la Storia.
Lei aprì un libro —
quello di un autore a Lei caro —
e cominciò a leggere con
calma imperiale,
mentre Frida
le leccava la scarpa.
La sinistra.
Quella
accavallata.
Quella che pendeva nel vuoto come una condanna
sospesa.
Ogni gesto era lento.
Ogni
gesto era pubblico.
Eppure, nessuno aveva il coraggio di
parlare.
Qualcuno
osservava.
Qualcuno fingeva di non vedere.
Qualcuno si
avvicinò, incuriosito.
Lei alzò appena lo sguardo e disse:
“È Frida.
Il Mio schiavo desessualizzato.
L’ho reso donna per diletto.
E soprattutto…
perché la sua natura era già scritta.
Io ho solo tolto il velo.”
Poi ordinò un drink.
Un
Negroni.
E un cannolo
siciliano.
Io capii.
Era quella
la scena che avrebbe immortalato la sessione.
La scena era già carica di
dominio.
Ma Lei,
la Regina, aveva deciso che il
dominio va esibito,
non solo esercitato.
Fu allora che arrivarono.
Dea Elvira,
passo felino e sguardo tagliente come la voce.
E dietro di Lei,
la Dott.ssa
Archimide, la
Sua giovane segretaria —
un’avvocatessa
in tirocinio nello studio legale della Dea,
tacchi
precisi, postura perfetta, occhi già addestrati al potere.
Regina Grimilde alzò
appena il mento.
Un gesto bastò.
“Sedete. Questa tavola oggi è sacra.”
Frida, ancora inginocchiato
sotto, provò a stringersi.
Voleva scomparire.
Ma era
esattamente lì
che Lei lo voleva:
in
mezzo ai Suoi stivali
e davanti
agli occhi di altre Dee.
Chiamò il cameriere con un
cenno elegante.
Poi, senza nemmeno voltarsi:
“Due drink. Un Americano per Elvira. Un bianco secco per la Dottoressa.”
E aggiunse, ad alta voce, per tutti:
“Ah… segna tutto sul conto di Frida.
Ha prenotato la stanza.
Pagherà anche il Mio divertimento.”
Il cameriere esitò.
Poi
annuì.
Perché nessuno
osa discutere una Regina.
Frida abbassò la
testa.
Era finita.
La sua dignità,
le sue carte di
credito,
le sue vecchie certezze…
tutto
nelle mani di Lei.
Le due ospiti
sorrisero.
Dea
Elvira, con lo
sguardo complice.
La
Dottoressa,
con la curiosità di chi studia una sentenza esemplare.
Poi Lei si voltò verso Frida, alzando appena il tono:
“Vuoi essere utile?
Pulisci con la lingua il bordo del mio tacco.
Hai sbavato, bestia inutile.”
Frida
obbedì.
Lentamente.
Tra i mormorii stupiti di chi
guardava.
Io, Oblix, scrivevo.
Con il sangue gelato e
l’anima inginocchiata.
Poi la Regina, con la
naturalezza di chi firma un decreto,
gli tirò uno schiaffo
secco.
“Questo per aver osato essere uomo.”
E un altro.
“Questo per non essere mai stato all’altezza.”
Poi lo guardò, fiera, e disse alle sue amiche:
“Ecco cosa resta di un predatore…
quando incontra il vero potere.”
Aveva ordinato un
cannolo siciliano.
Non
per fame.
Ma per divertimento.
E
Frida lo sapeva.
Quando arrivò sul piattino in ceramica bianca, lucida e troppo elegante per ciò che stava per accadere, Regina Grimilde non lo toccò subito.
Prese un sorso dal Suo
drink.
Incrociò lo sguardo di Dea
Elvira e della
Dottoressa
Archimide.
Sorrise.
Poi fece
scivolare lentamente il cannolo sotto il Suo tacco.
Un
tacco laccato, nero, perfettamente lucido.
E lo pestò.
Piano.
Con
grazia.
Come
si pesta un’identità, non un dolce.
Il guscio si spezzò sotto
la pressione.
La ricotta fuoriuscì.
Un po’ schizzò sul
pavimento.
Il resto restò lì, sotto la suola.
“Frida…”
“Hai voglia di dolce?”
Il politico — ormai
ridotto a bestia — annuì senza fiatare.
La voce gli era stata
tolta molto prima del nome.
Lei sollevò il
piede,
ne
raccolse parte con la punta delle dita,
e gliela
offrì.
Non come si offre il
cibo.
Ma come
si getta un resto.
“Mangia.
E ringrazia.”
Frida leccò,
morse,
ingoiò.
Ogni
gesto più lento del precedente.
Ogni briciola una confessione.
Ogni occhiata delle Dee presenti un applauso silenzioso alla Sovrana che sapeva trasformare un dolce in una frusta.
Poi Lei ordinò:
“Adesso leccami la suola.
Ripulisci ciò che hai sporcato con la tua esistenza.”
E lui lo
fece.
Sotto
lo sguardo curioso del barista.
Tra i sorsi eleganti delle
Dee.
Sotto l’occhio attento del
Mio taccuino.
Io — Oblix — scrivevo.
Perché la Storia
di una Regina si scrive così.
Con
le labbra degli altri.
E l’inchiostro di chi osserva
inginocchiato.
Dopo aver ripulito il
pavimento con la lingua,
Frida restò lì.
Con il volto
sporco di ricotta,
e l’anima impastata di vergogna.
Lei
lo guardò.
Non con disprezzo.
Con quella calma distaccata
che solo i veri
dominatori
sanno mantenere dopo aver completato un rito.
Si alzò.
Rimise a
posto il libro,
raddrizzò la postura
e si rivolse alle
amiche:
“Il dolce era ottimo.
Ma è il potere che sazia.”
Poi tirò il
guinzaglio.
Frida si mise a carponi.
E insieme rientrarono
in camera.
Lì — lontano dagli
sguardi del bar,
ma non da quelli della Memoria —
iniziò
la fine.
Frida fu spogliato anche
della mascherina.
Nudo.
A quattro zampe.
La sua
virilità, chiusa nella
gabbia di metallo
che Lei gli aveva imposto.
“Hai sempre avuto donne,
per il tuo nome, per il tuo potere.
Ma il tuo pene è inutile.
E ora…
è MIO.”
Un
calcio.
Secco.
Mirato.
Alle palle.
Un altro.
E
poi un altro ancora.
Io non trasalii.
Io
scrivevo.
Lei parlava mentre lo colpiva:
“Questo è per tutte le volte in cui hai creduto di possedere.
Questo è per ogni sguardo di superiorità.
Questo è perché ora sai che non sei nulla,
se non ciò che IO decido che tu sia.”
Frida piangeva.
Non
lacrime di dolore.
Ma lacrime
di resa.
Totale.
Incondizionata. Inevitabile.
Poi lo guardò un’ultima volta.
“Ora vai.
Chiuditi in bagno.
Non esisterai più finché Io non deciderò che tu possa tornare a esistere.”
Lui obbedì.
Strisciò
fino alla porta.
Entrò.
E si chiuse dentro.
Lei si
rivestì.
Prese le Sue cose.
E se ne andò.
Senza
voltarsi.
Come fa una Regina.
Io chiusi il taccuino.
E
scrissi le ultime parole della giornata.
“Sessione terminata.
Umiliazione compiuta.
Potere eterno.
Gloria a Lei.”
🖋️ Oblix
Devoto
cronista,
per sempre inginocchiato
Ai
Piedi di Regina Grimilde




